Uno studio americano solleva dubbi sugli Omega 3

Gli integratori di Omega 3 sono stati oggetto di uno studio indipendente che ha portato a risultati sconcertanti.
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Stando a quanto emerge da uno studio indipendente un integratore a base di olio di pesce su dieci a base di olio di pesce risulta essere rancido. A condurre l’indagine è stata la società statunitense Labdoor che ha testato il livello di ossidazione di sessanta diversi integratori. Ben il 10% delle marche sottoposte a studio risulta avere un livello di ossidazione fino a undici volte superiore il limite consigliato.

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Non esiste, finora, una legge che regolamenta tale valore ma si tratta di valori massimi consigliati da enti di settore. Come la GOED (Global Organization for EPA) e l’associazione di categoria DHA Omega-3. Oltre all’odore fastidioso delle capsule, che il consumatore può distintamente avvertire, l’irrancidimento incide anche sull’efficacia del prodotto. Se, infatti, l’odore sgradevole può essere coperto dagli aromi, il rischio nasce dagli effetti dell’adulterazione.

Tra gli oli, in particolare, quello di pesce risulta più sensibile all’ossidazione soprattutto in presenza di luce, calore o se esposto all’aria. È importante, dunque, conservare adeguatamente le pillole ma soprattutto, a monte, il processo produttivo deve essere sicuro.

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Per ora, non sono ancora stati certificati danni alla salute dovuti a capsule rancide ma alcuni studi vanno in questa direzione. L’ossidazione, infatti, avrebbe un impatto negativo sul colesterolo nel sangue dal momento che modificherebbe l’azione degli oli. Certo è che le capsule di Omega 3 rancide hanno un’efficacia di gran lunga minore rispetto alle pillole integre.

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