Venezia è una delle città più iconiche al mondo. Adagiata su 118 piccole isole, è da sempre facile preda di ogni variazione del livello del mare, ma oggi si trova ad affrontare la furia di alluvioni sempre più minacciose e frequenti, dovute ai cambiamenti climatici e al riscaldamento globale. L’acqua alta del novembre 2019 ha letteralmente messo in ginocchio la città mentre dal 1850 al 1950 ci sono state ogni decennio appena da 2 a 8 acque alte al di sopra dei 110 centimetri. Dal 1950 in poi c’è stata invece un’escalation paurosa e nel decennio 2000-2009 abbiamo avuto circa 50 acque alte, salite addirittura dal 2010 al 2019 a più di 90. 

Ma cosa sta succedendo? E’ un fenomeno locale o Venezia sta affrontando per prima gli effetti di una crisi ambientale che sta colpendo tutto il pianeta? Riusciremo a salvare questa città garantendo così anche un futuro all’intera umanità? National Geographic è andato alla ricerca delle risposte a queste e altre domande con la nuova produzione originale “Venezia: il futuro del pianeta” le racconterà nel documentario in onda su National Geographic (Sky,403) lunedì 14 dicembre alle 20,55, prodotto da DocLab per National Geographic, con la regia di Marco Visalberghi. Attraverso le testimonianze di esperti, l’accesso esclusivo al cuore pulsante del Mose e le immagini della sua prima messa in funzione lo scorso ottobre, questo documentario propone un excursus tra le minacce che incombono sulla città e le speranze per il suo futuro.  

“Il rapporto che da sempre lega Venezia alla sua laguna è un ecosistema delicato messo a rischio dalla mano dell’uomo. La città -ricordano da Ng- poggia su un substrato di detriti fluviali non ancora consolidato che provoca lo sprofondamento progressivo del terreno. Un fenomeno chiamato subsidenza, che nel corso dei secoli ha continuato a inghiottire, insediamenti, villaggi e intere isole. Inoltre, l’intervento dell’uomo che ha cercato di adattare la laguna alle sue esigenze per riuscire a navigarne i bassi fondali, ha accelerato ulteriormente lo sprofondamento della città”. 

Ma l’impatto di un fenomeno locale come questo “si va sommando agli effetti dell’innalzamento del livello dei mari provocato dal riscaldamento globale, trasformando un fenomeno familiare come l’acqua alta in alluvioni di immani proporzioni che fanno alzare un grido di allarme in tutto il mondo”. Di fronte a questi scenari, National Geographic ricorda che gli scienziati hanno fatto della città di Venezia un grande laboratorio a cielo aperto dove capire e misurare l’effetto dei cambiamenti climatici sul pianeta e mettere a punto soluzioni capaci di salvare la ‘città dei Dogi’ e con lei, le altre città costiere del mondo minacciate dall’innalzamento del livello degli oceani. 

Per arginare la furia del mare e salvare la città, gli esperti sono inoltre alle prese con una delle più monumentali opere di ingegneria idraulica mai costruita dall’uomo: il Mose. Una gigantesca struttura su cui sono incernieriate le paratoie. Enormi scatoloni gialli che rimangono invisibili sotto il livello dell’acqua fino quando non vengono riempiti d’aria e alzati per bloccare la marea. Un sistema che lo scorso 3 ottobre, entrando in funzione, è riuscito per la prima volta nella storia della città a bloccare una mareggiata. Molte le domande aperte, tra queste se adesso Venezia è finalmente al sicuro e quali saranno gli effetti dei cambiamenti climatici che si profilano all’orizzonte.  

Gli occhi sono puntati sulla iconica laguna di cui i ricercatori hanno datato la nascita a soli 7000 anni fa: un batter d’occhio nella storia del pianeta. Questi fondali così giovani e instabili sono la causa del progressivo abbassarsi del suolo a Venezia e nella laguna. In 2000 anni di storia, Venezia e le sue isole sono sprofondate di qualcosa come 2 metri. Poi è arrivato il Mose, uno dei più imponenti progetti di ingegneria idraulica mai realizzati: 35 cassoni in cemento alti come palazzi di 3 piani, 78 barriere mobili d’acciaio, concepite per bloccare maree alte fino a 3 metri, ancorate al fondale con 156 enormi cerniere del peso di 34 tonnellate l’una. Il cuore nevralgico del Mose si trova a 19 metri sotto il livello del mare con un complesso di corridoi in cemento armato lungo 1.600 metri: qui sono situati gli impianti, i cavi, i tubi dell’aria compressa, la vera forza motrice del sistema.  

E a preoccupare per le sorti di Venezia e non solo è l’aumento del livello dei mari. National Geographic ricorda che l’oceano sta crescendo di circa mezzo centimetro l’anno. E questo vale anche per il Mediterraneo e per l’Adriatico. A livello mondiale dovremo fare i conti con una crescita di mezzo metro – 1 metro nei prossimi 50/100 anni. Se l’intera calotta della Groenlandia dovesse sciogliersi, avremmo un aumento del livello dei mari di 7 metri e in piazza San Marco a Venezia l’acqua arriverebbe fino al leone che sovrasta il portale, simbolo stesso della città. 

Di Venezia nel documentario parleranno molti esperti come Fantina Madricardo e il suo team del centro di studi marini del Cnr che tengono sotto stretta osservazione lo stato di salute di canali e della banchine. Periodicamente misura l’impatto della navigazione sui fondali della laguna. “Si vedono i solchi dovuti al dragaggio. Soprattutto è interessante vedere come i solchi corrispondo proprio alla corrente delle navi” afferma la ricercatrice.  

Anche Antonello Pasini, scienziato del clima del Cnr, docente di Fisica del clima a Roma Tre e di Sostenibilità ambientale – aspetti scientifici all’Università Gregoriana di Roma, guarda a Venezia. Pasini si occupa in particolare di elaborare e applicare modelli matematici nell’ambito dello studio del clima, con lo scopo principale di individuare le cause dei cambiamenti climatici e studiarne gli impatti. “Oggi la scienza ci dice che le cause dei cambiamenti climatici sono soprattutto di origine umana. Questo -osserva lo scienziato- non è un dramma, ma una buona notizia. Perché se fossero naturali non potremmo far altro che difenderci, così invece sappiamo cosa fare, abbiamo tutti gli strumenti e le conoscenze per farlo. Facciamolo. Per Venezia e per il mondo intero”.  

Francesco Sauro, geologo e speleologo dell’Università di Bologna, in oltre trenta spedizioni, ha esplorato grotte e canyon dal Sud America all’Asia Centrale, guidando team multidisciplinari di ricercatori in alcuni dei più remoti angoli del pianeta. Si è calato nelle grotte di ghiaccio della Groenlandia con l’obbiettivo di capire i meccanismi che portano allo scioglimento della calotta. “Gli scienziati -dice- stanno cercando di capire la velocità con cui i ghiacci si sciolgono. La questione non è se succederà o meno, che si sciolgano è certo. Il problema è quanto ci metteranno”.  

Anche Pier Vellinga, professore in Cambiamenti climatici presso la Vrije Universiteit di Amsterdam, é nel board di diversi studi di ricerca e organizzazioni ambientali in Olanda e all’estero ed è impegnato nello studio di sistemi per la difesa di metropoli quali New York, Miami, Saigon. “Se salviamo Venezia, salviamo tutte le città costiere del mondo” assicura.  

Per Luca Zaggia, ricercatore del Cnr Igg di Padova che da anni studia le conseguenze degli interventi dell’uomo sull’ambiente naturale della laguna di Venezia, “con l’entrata in funzione del sistema di barriere mobili del progetto Mose finalmente possiamo iniziare a porre rimedio a quegli interventi operati dall’uomo sulla morfologia della laguna”. “Di fronte a un problema così complesso, come quello del continuo innalzamento del livello dei mari, occorre ricordarci che anche questa sarà una soluzione temporanea” avverte infine.