“Bene medicina di genere, prossimo passo cure personalizzate”

Le donne soffrono di depressione da 2 a 3 volte più degli uomini, ma meno di malattie cardiovascolari (3,5% contro il 4,9%) che però rappresentano […]
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“Bene medicina di genere, prossimo passo cure personalizzate”

Le donne soffrono di depressione da 2 a 3 volte più degli uomini, ma meno di malattie cardiovascolari (3,5% contro il 4,9%) che però rappresentano la loro prima causa di morte: 48% contro il 38% degli uomini. Se affetti da diabete, a parità di controllo glicemico, il rischio cardiovascolare nella donna è il 44% più alto che nell’uomo, mentre per quanto riguarda le malattie autoimmuni ed endocrine, nella donna sono dalle 2 alle 50 volte superiori rispetto agli uomini. Uomini e donne sono diversi, anche per quanto riguarda la salute, confermano i dati del Libro bianco “Dalla Medicina di genere alla Medicina di precisione”, realizzato dalla Fondazione Onda. I numeri sono stati illustrati durante il secondo talk di ‘Alleati per la Salute’ (www.alleatiperlasalute.it) il nuovo portale dedicato all’informazione medico-scientifica realizzato da Novartis.  

Titolo del confronto: “Medicina di genere: quali prospettive a partire dal piano ministeriale?” al quale hanno partecipato Giovannella Baggio, specialista in Medicina Interna ed Endocrinologia, sua la prima cattedra di Medicina di Genere all’Università di Padova nel 2013, e Francesca Merzagora, presidente della Fondazione Onda. Al centro del dibattito, rigorosamente online a causa delle misure anti-Covid, il ruolo della medicina di genere, di cui l’Italia è all’avanguardia in Europa, dopo aver approvato definitivamente nel giugno 2019 il Piano per la medicina di genere. Strumento con il quale per la prima volta nel nostro Paese viene inserito il concetto di ‘genere’ nella medicina, per garantire in modo omogeneo la qualità e l’appropriatezza delle prestazioni erogate dal Servizio sanitario nazionale.  

“La medicina di genere – sottolinea Giovannella Baggio – non è una specialità a sé stante, ma una dimensione trasversale a tutte le specialità della medicina. Se io parlo di chirurgia, di dermatologia, di cardiologia, di ortopedia, in tutte le specialità ci sono delle differenze di genere. Tanto che oggi non vogliamo più parlare di medicina di genere ma di medicina genere-specifica: perché c’è la chirurgia genere-specifica, la cardiologia genere-specifica, la reumatologia genere-specifica. Tutte le specialità hanno delle differenze nei sintomi, nel decorso delle malattie, nella necessità di farmaci, nella prevenzione. Nel 2006 ho iniziato come pioniera a creare interesse su questo argomento. Nel 2013 l’Università di Padova ha voluto fondare una prima Cattedra dedicata che ha avuto la sua funzione per circa sei anni. L’ obiettivo era svegliare non solo Padova ma anche altre università, altri centri italiani. Ma adesso basta, di cattedre di medicina di genere non c’è più bisogno ma c’è bisogno che il cardiologo, l’otorino, il reumatologo, tutti gli specialisti e tutti i centri sanitari italiani sviluppino la loro professione facendo attenzione alla medicina di genere, alle differenze di genere”.  

“Sono stati anni importanti – afferma Baggio -durante i quali abbiamo creato – ricorda – una bella rete che ha supportato studio, ricerca, cultura e questo ha fatto sì che nel 2018 sia stata approvata una legge sulla Medicina di Genere i cui decreti attuativi sono stati poi firmati nel giugno 2019. Penso che l’Italia abbia fatto un bel percorso in così poco tempo. Sono fiera dell’Italia, unico Paese al mondo ad avere una legge sulla Medicina di genere”. L’adozione del Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di genere, nato dall’impegno congiunto del ministero della Salute e del Centro di riferimento per la Medicina di genere dell’Istituto Superiore di Sanità, ha l’obiettivo di promuoverne la diffusione basandosi su 4 principi: approccio interdisciplinare, ricerca, formazione e aggiornamento professionale, informazione.  

“Per quanto riguarda il primo punto del Piano, relativo ai percorsi clinici di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione abbiamo lavorato – sostiene Francesca Merzagora – per i ‘bollini rosa’, un riconoscimento che la Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, conferisce agli ospedali che offrono servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie femminili. Al momento sono 335 in Italia. Dopo che l’Italia si è dotata del Piano, ho avuto un contatto con la commissaria Ue alla Salute Stella Kyriakides e l’idea – già prima della pandemia – era quello di poter esportare l’esperienza dei bollini rosa in altri Paesi europei. Spero che lo si possa fare il prima possibile, pandemia permettendo”. 

“In merito al secondo punto, ricerca e formazione, abbiamo il “Top Italian Women Scientists-Tiws”, un club costituito nell’ambito della Fondazione, che raggruppa le scienziate italiane impegnate nella ricerca biomedica e censite nella classifica dei Top Italian Scientists (Tis) di Via-Academy (censimento degli scienziati italiani di maggior impatto in tutto il mondo, misurato con il valore di H-index) e che promuovono la ricerca al femminile. Per quanto riguarda la formazione e l’aggiornamento professionale abbiamo una collana medica scritta da clinici su varie tematiche e il congresso annuale di Onda, il cui l’obiettivo è promuovere la cultura dell’interdisciplinarietà. Infine, sul fronte comunicazione e informazione siamo presenti con i nostri canali social, con campagne, video e contenuti digitali su web”.  

Ma perché uomini e donne di si ammalano in modo diverso della stessa patologia e hanno anche una risposta alle cure diversa. È solo una questiona biologica o sono implicati altri fattori? “Alla base – spiega Baggio – c’è innanzitutto un impatto maggiore di alcuni fattori di rischio, quali fumo e diabete che ne causano una prognosi peggiore. Seppur le donne fumino in media meno degli uomini (14,9% contro il 24,8%), a loro basta fumare un terzo delle sigarette dell’uomo per avere lo stesso rischio cardiovascolare; inoltre, la donna con diabete ha un rischio cardiovascolare superiore del 44% rispetto all’uomo con pari compenso glicemico”.  

E le malattie cardiovascolari, sottolinea ancora Baggio “ sono le prime ad essere state studiate e, attraverso la cardiologia, si è arrivati per primi a vedere le differenze di genere. Un esempio: l’infarto del miocardio, che è la prima causa di morte della donna, ha un modo di presentarsi completamente diverso nell’uomo e nella donna. Nell’uomo si manifesta con dolore anteriore, nella donna con un po’ di ansia e del dolore posteriore. Quindi anche i sintomi sono diversi, i fattori di rischio hanno un impatto diverso. Una donna con diabete ha 3 volte più probabilità di sviluppare un infarto rispetto a un uomo con la stessa patologia. Il fumo di sigarette fa male a tutti, ma fa peggio alla donna che all’uomo. La depressione è più frequente nelle donne, però l’uomo non ha gli stessi sintomi per cui non ci si accorge della sua depressione e l’uomo si suicida dalle 3 alle 4 volte in più rispetto alla donna, e ciò avviene in tutto il mondo”.  

Anche per le malattie autoimmuni, il primato è femminile. “Da 50 anni – conferma Giovannella Baggio – sono molto più frequenti nella donna, ma è grazie al loro sistema immunitario più forte che le donne reagiscono e affrontano meglio le malattie infettive. Hanno infatti una maggiore capacità di difendersi dalle malattie infettive, sin dall’età pediatrica. Non a caso, con il Covid gli uomini muoiono di più. È quindi doveroso che questo aspetto della medicina di genere sia approfondito da tutti i medici. Di cattedre di medicina di genere non c’è più bisogno, c’è bisogno che tutto il mondo medico , tutte le specialità mediche vengano declinate in base alle differenze di genere. Purtroppo, c’è ancora troppa ignoranza dilagante. Non tutte le società scientifiche hanno compreso l’importanza e stanno cercando di lavorare su queste differenze di genere e raggiungere tutte le società scientifiche è uno dei nostri obiettivi più importanti in questo momento”.  

“Fondazione Onda è un osservatorio che da 15 anni si occupa di salute della donna nei diversi cicli di vita – ricorda Merzagora – sviluppando progetti editoriali, di ricerca, di comunicazione e istituzionali. La pandemia è uno dei temi su cui siamo maggiormente focalizzati in questo periodo perché il Covid ha provocato un riflesso pesantissimo a livello di disturbi depressivi, si parla addirittura di un aumento del 30%. La solitudine, i lutti per la perdita di un proprio caro a causa del Covid e gli effetti economici prodotti dalla pandemia hanno colpito maggiormente le donne”.  

“Ecco, tutto questo – secondo gli esperti delle società scientifiche – avrebbe generato un aumento della depressione con 150mila nuovi casi all’anno. Forte di questo, ma in verità già prima della pandemia, Onda avevamo iniziato un percorso con la creazione di un manifesto di lotta alla depressione, che abbiamo presentato alla Camera dei Deputati e dieci punti del manifesto sono stati declinati a livello regionale. Siamo arrivati in 13 regioni raccogliendo l’impegno istituzionale a livello territoriale. Ma tra le altre patologie di cui Fondazione Onda si occupa c’è l’emicrania: una problematica di salute che riguarda principalmente le donne. Su 6 milioni di emicranici, 4 milioni sono donne. È una patologia invalidante che peggiora la qualità di vita, per questo abbiamo realizzato un progetto di sensibilizzazione per cercare di superare lo stigma che c’è nei confronti del paziente con emicrania, così come aleggia nei confronti di chi deve fare i conti con la depressione. E il recente riconoscimento della cefalea cronica considerata malattia sociale è stato un buon punto di partenza”.  

Secondo uno studio pubblicato su Science, il rischio di decesso per Covid-19 è 1,7 volte superiore per i maschi in ogni fascia di età, a partire dai 30 anni rispetto alle donne. Anche per la pandemia c’è bisogno di cure personalizzate percorsi clinici differenziati? “Bisogna capire perché la donna muore di meno a causa del Covid – afferma Baggio – pur essendo più portatrice del virus: si occupano di più degli ammalati di Covid (infermiere, operatrici sanitarie, badanti) quindi sono potenzialmente più esposte, eppure muoiono meno. I motivi? Innanzitutto, sono più attente alle regole, poi hanno un sistema immunitario più forte. Inoltre, nella donna ci sono delle strutture proteiche di membrana che fanno in modo che il virus entri di meno all’interno delle cellule, anche grazie agli ormoni. Ma non abbiamo ancora dei protocolli che ci dicano che la donna vada trattata in modo diverso rispetto ad un altro. Ma certo nel giro di pochi mesi, studiando queste differenze biochimiche immunologiche noi saremo in grado di calibrare dosaggi e tipi di farmaci. La risposta ai vaccini è superiore nella donna rispetto all’uomo. È possibile che arriveremo a dire che le donne possano fare anche un dosaggio inferiore di vaccino”.  

Che le donne siano state più svantaggiate a causa della pandemia, ne è convinta la presidente della Fondazione Onda: “Non solo hanno pagato un prezzo più alto sul piano economico e occupazionale, ma causa del Covid sono stati trascurati servizi dedicati al parto e alla gravidanza, quindi la pandemia ha avuto un impatto negativo sulla salute fisica e psichica delle donne. Anche partorire è stato un problema”. Ma qual è stato l’Impatto della pandemia sulla natalità? “Purtroppo, ci troviamo di fronte a una situazione drammatica – chiosa Merzagora – perché non solo l’Italia dopo il Giappone è il Paese che ha un tasso di invecchiamento più elevato ma è quello in cui riscontriamo da anni un aumento del tasso di denatalità. Già nel 2019 avevamo assistito ad un calo delle nascite (420mila nati), nel 2020 si parla di 408mila nuovi nati ma si prevede che a fine saranno 393mila i nuovi nati”.  

Durante il talk è emerso anche che le donne sono più longeve degli uomini, in media hanno un’aspettativa di vita maggiore di 4 anni. “La donna ha 4 anni di vantaggio – ancora Baggio – però sono anni di disabilità e malattia. Lo dicono le statistiche mondiali”.  

Quali sono le malattie che rovinano gli ultimi anni di vita delle donne? “Sono le conseguenze delle malattie cardiovascolari (prima causa di morte tra le donne) – tiene a precisare Baggio – Poi c’è l’artrosi, che va di pari passo con l’età nel genere femminile e che è aggravata da obesità e sovrappeso. Dopo la menopausa, infatti, una donna sembra si senta autorizzata a crescere di peso ma questo non deve accadere. Seguono, inoltre, deficit cognitivo e demenza: due terzi dei dementi nel mondo sono donne. Certo, non tutte arrivano alla demenza ma il deficit cognitivo impatta moltissimo sulla qualità di vita delle donne. A differenza della donna, l’uomo ammalato muore più facilmente. La donna, invece, si ammala ma ha una qualità di vita scadente. Come Ssn siamo ‘costretti’ a prevenire la disabilità ma nessuno ne parla. Invece deve essere un must che la medicina porta avanti insieme alla medicina di genere nei prossimi anni”.