(Adnkronos) – “Dopo la prima stagione invernale, l’analisi ad interim della vaccinazione contro il virus respiratorio sinciziale (Rsv) ha visto una differenza significativa nel prevenire episodi di infezione e nel ridurre la frequenza delle forme gravi di malattia negli anziani, all’aumentare delle comorbidità: è quindi stato più efficace nelle popolazioni più a rischio di infezione grave”. Commenta così Alberto Papi, professore Ordinario di Malattie Apparato Respiratorio, Universitaria di Ferrara, i risultati dello studio appena pubblicato sul New England Journal of Medicine (Nejm) sull’efficacia del candidato vaccino contro l’Rsv di Gsk (RSVPreF3 OA). 

“Su scala globale, l’Rsv è rilevante nelle popolazioni fragili – spiega Papi – Pensiamo al virus respiratorio sinciziale come a un’infezione dei bambini – intorno ai 2 anni di età si infettano quasi tutti e la forma clinica più rilevante è la bronchiolite – ma in realtà è un’infezione respiratoria comune e, nell’anziano, si associa a complicazioni serie e, nelle comorbidità (presenza di più patologie, ndr), porta a un peggioramento delle condizioni cardiovascolari e respiratorie con ospedalizzazioni e mortalità”. 

L’obiettivo dello studio era testare l’efficacia dell’anti-virus Rsv “in popolazione over 60 con immunosenescenza – con difese immunologiche meno efficaci, dovute all’età – nella prima stagione di inoculazione. Sono stati coinvolti – continua il professore – 25mila pazienti, 12mila per braccio (trattato e no), che presentavano anche comorbidità”. 

La vaccinazione si è rivelata “un’arma in più per ridurre il rischio di malattia grave. Il 90% di efficacia in chi ha più comorbidità è particolarmente improntate – sottolinea Papi – perché questi sono pazienti ‘instabili’, che possono andare incontro a ospedalizzazione con conseguenze su vari parametri, incluse altre future infezioni e costi” socio-sanitari. “L’infezione da Rsv- ribadisce – apre la strada a una destabilizzazione di pazienti fragili che sappiamo come comincia, ma non come possa evolvere e con quali conseguenze. Prevenire un’infezione non è un’opzione, va messa nell’ordine delle possibilità di interventi da fare. Nei pazienti con la broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), per esempio, la prevenzione, includendo le vaccinazioni, è sostanziale”. 

Tornando allo studio il professore evidenzia un altro aspetto importante. “Nei molto anziani over 70 – continua – c’era il dubbio della senescenza immunologica, cioè di una risposta più ridotta, invece, sia dal punto di vista clinico, di prevenzione dell’infezione, sia di immungenicità, c’è stata una risposta anche nell’anziano. Su questo, l’adiuvante credo abbia avuto un ruolo non secondario”. 

Come ricorda Papi, “il tentativo di fare vaccini per l’Rsv ha più di 60 anni con grossi fallimenti. La ricerca si è fermata negli anni 70”. “E’ la prima volta – osserva – che si ottiene un vaccino efficace con adiuvante per Rsv. Nel bambino, infatti, non ci siamo ancora. E’ un virus complicato”, a differenza di quanto ci si aspetterebbe. 

 

I dati pubblicati, sono relativi solo alla prima fase dello studio, “alla prima stagione, e sono quelli presentati agli enti regolatori per l’autorizzazione. Lo studio – precisa l’esperto – continua per altre 2 stagioni. Si deve capire quanto dura l’immunizzazione, se servono richiami e con che frequenza. Bisognerà capire anche se e come combinarlo con le altre strategie vaccinali, come per Covid e influenza. Ci sono vari trial (studi clinici, ndr) in corso. Ho la percezione che, dopo l’esperienza del Covid, sia profondamente cambiata la percezione sulle vaccinazioni nella popolazione. A differenza di anni fa – conclude Papi – abbiamo pazienti che chiedono di essere arruolati negli studi sui vaccini”.