Greenpeace: l’economia circolare nella moda è possibile, ma non così

L’economia circolare nella moda è ancora un miraggio. Produrre scarpe e indumenti da plastiche riciclate può essere controproducente perchè elimina il senso di colpa dei consumatori e li invoglia a comprare di più.
Lo dice il rapporto di Greenpeace “Fashion at the crossroads” nel quale si svelano i tratti di una finta economia circolare propugnata dalle grandi case di abbigliamento. La moda di massa, fatta di capi di a basso costo, con scarsa qualità e durata, continua a essere fortemente insostenibile per l’equilibrio ambientale del pianeta.
Compriamo sempre più abiti di plastica e li cambiamo troppo spesso, ammonisce Greenpeace. E’ una moda usa e getta che produce danni incalcolabili, che si basa sempre più sull’impiego di poliestere e di materiali sintetici, in sostituzione delle fibre naturali come cotone, lane, piume animali.
Il consumo usa e getta di indumenti comporta uno smaltimento spesso indifferenziato: gran parte finisce nelle discariche e negli inceneritori e comunque difficilmente può essere recuperato. Il lavaggio domestico dei materiali sintetici sarebbe responsabile del 30% delle microplastiche rilasciate negli oceani e che finirebbeo addirittura nella nostra acqua potabile.
“Vogliamo dare una risposta critica all’economia circolare proposta dai grandi marchi di moda – sostiene Chiara Campione, Corporate Strategist di Greenpeace – perchè elude il nodo del consumo eccessivo dei capi di abbigliamento, del calo della loro qualità, della loro durata”.
Greenpeace delinea nel rapporto la rotta da seguire per una nuova economia circolare degli abiti e per una moda, slow e sostenibile.
Il design deve considerare un ciclo di vita più lungo dei prodotti, progettati diversamente per durare più a lungo; in secondo luogo è necessario sostenere i modelli di business alternativi, anche prevedendo nuove modalità di riutilizzo, riparazione, condivisione. Alcuni grandi marchi iniziano a sperimentarsi in questa direzione, ad esempio consentendo la riparazione dei capi di abbigliamento in negozio.
Inoltre – sempre secondo Greenpeace – il design dei prodotti deve considerare l’impatto ambientale: ridurre l’inquinamento, sia nella scelta delle materie prime che nella produzione, tenendo conto delle modalità di smaltimento finali e delle possibilità di riciclo.
Infine il buyback, il ritiro degli abiti usati in negozio in modo che possano tornare a essere materie prime per nuove tecnologie di riciclo. Sviluppare il ritiro post-consumo significa anche aiutare quelle aziende innovative che faticano a ricercare soluzioni per il reimpiego delle fibre sintetiche e naturali e che hanno spesso difficoltà con l’approvvigionamento di materie prime.
A fondamento del cambiamento: un nuovo modo di consumare che sostituisca l’usa e getta con un “nuovo materialismo“, per restituire valore ai materiali e al loro ambiente di provenienza, cioè al pianeta.